L’estrema destra israeliana attacca il premier: la “capitale” non va divisa. Da Gaza, intanto, il movi­mento Hamas minac­cia la ripresa degli atten­tati kami­kaze in Israele e auspica una Inti­fada senza sosta

La polizia di confine israeliana controlla l'ingresso a Jabel Mukaber il 15 ottobre. Foto: Yonatan Sindel/FLASH90

La polizia di confine israeliana controlla l’ingresso a Jabel Mukaber il 15 ottobre. Foto: Yonatan Sindel/FLASH90

      il Manifesto

Roma, 20 ottobre 2015, Nena News – «Non un muro di cemento ma un muro di deter­renza, ecco cosa serve per scon­fig­gere i ter­ro­ri­sti e chi incita alla vio­lenza». Così tuo­nava ieri Naf­tali Ben­nett, mini­stro dell’istruzione ed espo­nente di punta del ultra­na­zio­na­li­smo reli­gioso. Men­tre Ben­nett si affan­nava a far cono­scere il suo punto di vista, tra i più impor­tanti nel governo, coloni israe­liani di “Ata­ret Coha­nim”, scor­tati dalla poli­zia, entra­vano nel quar­tiere di Sil­wan, ai piedi della città vec­chia, e occu­pa­vano due case della fami­glia Abu Nab, soste­nendo che erano di pro­prietà di ebrei prima del 1948. Pro­te­ste, lacrime di dolore, urla di bam­bini impau­riti non sono ser­vite a nulla. In pochi minuti nove pale­sti­nesi sono stati sbat­tuti fuori dalle loro abi­ta­zioni. Forse è que­sta la “deter­renza” alla quale fa rife­ri­mento il mini­stro Ben­nett quando pensa a come «rispon­dere al ter­ro­ri­smo». E die­tro di lui ieri si sono schie­rati in tanti. Tutti uniti nella pro­te­sta con­tro la deci­sione presa tre giorni fa dal pre­mier Neta­nyahu e dal mini­stro della sicu­rezza Gilad Erdan di alzare muri tra le colo­nie israe­liane costruite a Geru­sa­lemme Est e i quar­tieri palestinesi.

Pro­te­sta scat­tata non per tute­lare la popo­la­zione araba. Piut­to­sto per evi­tare che i muri pen­sati da Neta­nyahu e Erdan fini­scano per mostrare nero su bianco quello che è noto a tutti. Geru­sa­lemme era e rimane una città non unita e gli abi­tanti pale­sti­nesi non accet­tano l’occupazione, anche se per man­giare e lavo­rare devono inte­grarsi nel sistema eco­no­mico israe­liano. E così la bar­riera che dome­nica scor­reva e, blocco dopo blocco, si allun­gava sepa­rando il sob­borgo pale­sti­nese di Jabel Muka­ber dalla colo­nia di Armon HaNe­tsiv, non si esten­derà ad altre aree. Neta­nyahu ieri ha bloc­cato il prov­ve­di­mento. «La bar­riera non ha valore poli­tico – assi­cu­rava due giorni fa Ema­nuel Nah­shon, por­ta­voce del mini­stero degli esteri — è solo uno degli aspetti in più delle nostre misure di sicu­rezza, per impe­dire il lan­cio di bot­ti­glie incen­dia­rie, fuo­chi d’artificio spa­rati ad altezza d’uomo e lanci di sassi sulle auto». Invece per gran parte del mondo poli­tico israe­liano que­ste bar­riere “prov­vi­so­rie” sono un pro­blema serio, così come i bloc­chi stra­dali alle­stiti tra la Geru­sa­lemme ebraica (ovest) e quella araba, in qual­siasi punto dove israe­liani e pale­sti­nesi entrano o potreb­bero entrare in con­tatto.

E a Giaffa Street, che attra­versa il cen­tro ebraico della città, gli israe­liani sem­brano pri­vi­le­giare più l’aspetto poli­tico che la sicu­rezza che pure invo­cano ogni momento. «Per me era un grave errore divi­dere e alzare quelle bar­riere. Geru­sa­lemme è solo nostra e deve rima­nere unita sotto il nostro con­trollo», dice Daniel, 21 anni, seduto die­tro un ban­chetto dove rac­co­glie dona­zioni per i sol­dati israe­liani. Lior, pro­prie­ta­rio di un nego­zio dove si ven­dono mac­chine per il caffè, si dice in linea con Naf­tali Ben­nett. «Non ser­vono muri. Dob­biamo usare la forza con gli arabi (i pale­sti­nesi, ndr) se vogliamo fer­mare il ter­ro­ri­smo – pro­clama –, dob­biamo con­ser­vare le nostre abi­tu­dini e muo­verci ovun­que. Alla fine gli arabi capi­ranno che non avranno nep­pure un cen­ti­me­tro di Geru­sa­lemme e che attac­carci non serve a nulla». Una signora sulla ses­san­tina in attesa del tram alla fer­mata di Davi­dka, invece, i muri li vuole e ben alti. «Dipen­desse da me i pale­sti­nesi li ter­rei chiusi tutti lì dove vivono e poi li man­de­rei da (pre­si­dente dell’Anp) Abu Mazen», afferma senza scomporsi.

Meir Mar­ga­lit, tra i più noti atti­vi­sti di Geru­sa­lemme e uno dei fon­da­tori della Ong israe­liana “Icahd” (con­tro la demo­li­zione delle case pale­sti­nesi a Geru­sa­lemme), scuote la testa quando gli rife­riamo le con­si­de­ra­zioni fatte dalle per­sone incon­trate in Giaffa Street. «Anche quelle per­sone come tanti altri israe­liani non capi­scono che lo sta­tus quo non può durare e che quanto accade è il risul­tato delle poli­ti­che attuate negli anni pas­sati – spiega – forse pen­sano che il lieve miglio­ra­mento delle con­di­zioni eco­no­mi­che di un certo numero di fami­glie pale­sti­nesi, gra­zie al lavoro in Israele, eli­mi­nerà il rifiuto dell’occupazione (della zona araba della città, ndr). Non com­pren­dono che i pale­sti­nesi più gio­vani non rinun­ciano ad affer­mare la loro iden­tità e non si accon­ten­tano di tro­vare un lavoro. Vogliono dignità». Per il pro­fes­sore Hil­lel Cohen, docente all’Università Ebraica di Geru­sa­lemme, «sono pas­sati quasi 50 anni dal 1967 e la solu­zione era e resta la stessa. Geru­sa­lemme deve essere la capi­tale anche dello Stato di Pale­stina. Ogni altra opzione serve solo a pro­lun­gare il conflitto».

Ieri si è par­lato parec­chio di un’altra città, Ber­sheeva, dove dome­nica sera un beduino di Hura ha ucciso un sol­dato e ferito una doz­zina di israe­liani nella sta­zione cen­trale dei bus, prima di essere ucciso a sua volta dalle guar­die di sicu­rezza. Grande l’attenzione della poli­tica e dei media locali per l’accaduto e per il coin­vol­gi­mento di un cit­ta­dino israe­liano. Avrebbe meri­tato più riguardi il richie­dente asilo eri­treo Haf­tom Zarhum, scam­biato per un pale­sti­nese dalla folla, ferito e per­cosso dura­mente come mostrano i fil­mati che girano in rete. Zarhum è morto per le ferite subite. Le auto­rità israe­liane con­dan­nano il lin­ciag­gio e assi­cu­rano che saranno tro­vati i respon­sa­bili. Migranti e richie­denti asilo non si fanno illu­sioni. E pre­fe­ri­scono pre­gare e ricor­dare il loro com­pa­gno, come hanno fatto ieri nel cen­tro di deten­zione per “clan­de­stini” di Holot. Da Gaza intanto il movi­mento Hamas minac­cia la ripresa degli atten­tati kami­kaze in Israele e auspica una Inti­fada senza sosta. «Que­sta inti­fada con­ti­nuerà fino alla libe­ra­zione di Geru­sa­lemme, della Cisgior­da­nia e della intera Pale­stina – ha detto l’ex vice mini­stro degli esteri Fathi Ham­mad — soster­remo l’Intifada di Geru­sa­lemme col nostro lavoro e col nostro sangue». Nena News

 

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