La storia e la vita quotidiana del villaggio alla periferia sud di Gerusalemme da dove sono giunti diversi attentatori palestinesi, il primo ad essere “chiuso” sulla base delle nuove disposizioni del governo israeliano. Ieri nuovi accoltellamenti, il più grave alla stazione centrale dei bus

Casa distrutta in Jabel Mukaber

Casa distrutta in Jabel Mukaber

  il Manifesto

Jabel Mukaber, 15 ottobre 2015, Nena News – Le ruspe che chiuderanno l’accesso a Jabel Mukaber stanno per arrivare. I poliziotti invece sono già lì da ore. Hanno condotto rastrellamenti durante la notte. «Sono arrivati a decine, hanno circondato alcune case e arrestato una dozzina di giovani delle famiglie Obeid, Darai e Owiset». Fares, un nome scelto a caso, preferisce non rivelarci la sua identità. Ci dice soltanto che si guadagna da vivere lavorando come meccanico in una officina israeliana di Talpiot. «Non posso correre rischi, gli agenti ci urlano frasi minacciose, ci dicono che saremo puniti per quello che abbiamo fatto». Fares e gli abitanti di questo sobborgo meridionale di Gerusalemme Est, la zona araba della città occupata da Israele nel 1967, di fatto sono già stati dichiarati tutti colpevoli dell’attentato compiuto martedì da due abitanti di Jabel Mukaber nella zona adiacente di Armon HaNetziv in cui due israeliani sono rimasti uccisi e diversi altri feriti.

Da qui proveniva anche un terzo attentatore, quello che, sempre martedì, si è schiantato con l’auto a una fermata del trasporto pubblico uccidendo un altro israeliano. Anche ieri ci sono stati attacchi, due a Gerusalemme. Il più grave alla stazione centrale degli autobus Egged dove, dopo l’accoltellamento di una anziana israeliana, Rikva Bat Regina, su di un automezzo, è intervenuta una unità speciale delle forze di sicurezza. Uccisi i due attentatori palestinesi. Incerto è l’accaduto alla Porta di Damasco di Gerusalemme dove Basel Sadir secondo la versione ufficiale avrebbe tentato di aggredire un agente ma è stato fermato e ucciso. Un testimone palestinese invece ha detto che Sadir ha cercato di sottrarsi ad un controllo della polizia, scappando è scivolato e quando era per terra è stato raggiunto dai colpi sparati dagli agenti. L’oggetto che aveva tra le mani, secondo questa testimonianza diffusa dai media palestinesi, non era un coltello ma un paio di occhiali da sole».

Dal 1 ottobre, giorno con il quale si indica l’inizio della “Intifada di Gerusalemme” sono stati uccisi sette israeliani, 33 palestinesi (17 dei quali durante manifestazioni). Oltre 1.300 i feriti palestinesi, decine quelli israeliani. Ieri sera il presidente dell’Anp Abu Mazen ha chiesto la protezione internazionale per la Spianata delle Moschee di Gerusalemme. «Respingiamo – ha detto alla televisione pubblica – i tentativi israeliani di alterare lo status quo a Gerusalemme. Non accetteremo alcun cambiamento nel Haram al-Sharif (la Spianata delle Moschee, ndr). I palestinesi hanno bisogno di una protezione internazionale immediata».

Una “responsabilità collettiva” prevede una punizione collettiva. Il gabinetto di sicurezza israeliano martedì notte di fatto ha sancito che tutti i palestinesi di Gerusalemme, a cominciare da quelli di Jabel Mukaber, sono colpevoli dell’ondata di accoltellamenti. Interi quartieri saranno sigillati, circondati da centinaia di poliziotti e di soldati della polizia militare: all’Esercito è stato ordinato di inviare sei compagnie nelle città principali. È stato anche approvato l’immediato reclutamento di 300 guardie civili addette alla protezione nei trasporti pubblici. La ministra della giustizia Ayelet Shaked ha spiegato che le case degli attentatori saranno demolite e i loro beni sequestrati. Inoltre è stato approvato il reclutamento di 300 guardie civili addette alla protezione nei trasporti pubblici.

Tra le altre decisioni c’è quella di non restituire più ai familiari i corpi dei palestinesi uccisi. Saranno sepolti in segreto. «Queste decisioni sono una punizione che colpisce tutti i palestinesi indiscriminatamente», ha protestato il centro arabo di assistenza legale Adalah. Forti dubbi ha espresso anche il vice capo della polizia di Gerusalemme, Avshalom Peled, convinto che non sia giusto punire tanta gente. Non la pensa così il sindaco, Nir Barkat, che vorrebbe una chiusura ancora più ermetica di quartieri e sobborghi arabi mentre il leader dell’opposizione laburista Yitzhak Herzog continua ad attaccare da destra il premier israeliano Netanyahu, a suo dire incapace di garantire la sicurezza del Paese.

Jabel Mukaber è un covo di terroristi, il villaggio dei «lunghi coltelli». A scrivere queste cose non sono tanto i giornali israeliani ma quelli stranieri. Un importante quotidiano italiano ad esempio ha descritto questo sobborgo palestinese di Gerusalemme Est come un luogo di scontro tra famiglie arabe che si ritrovano unite solo nell’odio a Israele, un centro di insegnamento dell’Islam più radicale, una base di terrorismo alla quale resistono gli israeliani di Armon HaNetziv, alcuni dei quali senza alcuna paura perchè abituati a lottare con gli orsi negli Stati Uniti. Ha ricordato che da Jabel Mukaber venivano i palestinesi che lo scorso anno e nel 2008 hanno compiuto gravi attentati a Gerusalemme. Ha però dimenticato un bel pezzo della storia di questo sobborgo negli ultimi 50 anni, dell’occupazione, dell’espansione incessante di colonie israeliane.

Non ha scritto è che Armon HaNetziv e gli altri quartieri-insediamenti israeliani sono stati costruiti in quella zona in violazione di risoluzioni dell’Onu. Ha tralasciato il “dettaglio” che l’annessione unilaterale di Gerusalemme Est a Israele non è riconosciuta dalla comunità internazionale. Non ha scritto che mentre Armon HaNetziv si sviluppa senza problemi, la gente di Jabel Mukaber lotta da decenni per ottenere i permessi edilizi dal comune e spesso costruisce illegalmente esponendosi alle demolizioni. «Mio fratello ed io abbiamo costruito le nostre case senza la licenza e come noi hanno fatto tanti altri – spiega Fares – ma il comune respinge quasi sempre le nostre richieste, non ci sono case libere e noi non possiamo far altro che costruire di nascosto». E’ stato approvato per Jabel Mukaber un progetto per 2.200 case ma sarà esecutivo solo tra diversi anni e le ruspe intanto continuano ad abbattere le case “illegali”.

L’importante quotidiano italiano doveva raccontare anche com’è la vita per le popolazioni di Jabel Mukaber e del villaggio Sheikh Saad da quando sono state divise dal Muro costruito da Israele. Non ha raccontato che pur essendo parte di Gerusalemme, Jabel Mukaber ha strade impraticabili, spesso senza marciapiedi e illuminazione, una fornitura idrica appena sufficiente e che non ha le belle giostre per bambini come Armon HaNetziv. Avrebbe potuto riferire della frustrazione che provano i giovani che formano la maggior parte dei 16 mila abitanti e dela forte rabbia che hanno generato le immagini degli attivisti dei movimenti nazionalisti che entrano sulla Spianata delle moschee per affermarvi, sperano un giorno, la piena sovranità israeliana.

Le condizioni di vita a Jabel Mukaber e le violazioni israeliane del diritto internazionale non giustificano in alcun modo le aggressioni ed uccisioni indiscriminate di civili israeliani. La storia però va raccontata tutta, ricordando che tutti hanno diritto a una vita libera e dignitosa, anche i palestinesi. Nena News

 

http://nena-news.it/jabel-mukaber-non-e-il-villaggio-dei-lunghi-coltelli/