Nel campo palestinese stretto dall’assedio di governo, opposizioni e islamisti si continua a morire. E chi può fugge verso l’Europa.

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 – Il Manifesto

Roma, 15 settembre 2015, Nena News – Se n’è andato anche Aeham Ahmed, Yarmouk è in silenzio. Il giovane pianista ha abbandonato il campo profughi dove, per anni, ha tentato di sollevare il morale a pezzi dei palestinesi intrappolati dal governo e dalle opposizioni, di far dimenticare con la musica i morsi della fame, la sete, la malattia.

Se n’è andato dopo aver perso il suo piano. È partito per la Turchia e, da lì, per l’Europa accanto ad altre migliaia di rifugiati siriani e palestinesi. A poco tempo prima risale l’incontro con i miliziani dello Stato Islamico che ad aprile occuparono gran parte del campo per poi essere ricacciati indietro dai combattenti palestinesi. Ma di islamisti ce ne sono ancora, tra le rovine di Yarmouk, come ci sono gli uomini di al-Nusra che lì non sembrano troppo disturbati dai dichiarati avversari dell’Isis.

«Fai silenzio o vi brucio insieme», aveva detto ad Ahmed un uomo in nero, dopo averlo incontrato per i vicoli di Yarmouk a suonare il suo piano. Pochi minuti e il pianoforte è stato mangiato dal fuoco jihadista. È scomparso così uno dei simboli della resistenza del campo, un piano che girava da qualche anno fa, guidato da Ahmed e da un gruppo di amici, ribattezzatosi “La gioventù di Yarmouk”. È stato distrutto dalla propaganda Isis, dai divieti imposti non dall’Islam ma da un’intepretazione folle e repressiva.

«Il pianoforte era mio amico, è come se avessero ucciso un mio amico», ha detto Ahmed dopo aver guardato per dieci minuti il suo strumento bruciare. Lo possedeva da quando aveva 16 anni. Ha preso la moglie e i due figli e ha lasciato Yarmouk. Hanno vissuto per un po’ a Yalda, quartiere alle porte occidentali del campo, dove a governare è ancora il governo di Damasco. Infine, la decisione di andarsene dopo 27 anni di vita a Yarmouk, dove ha iniziato a suonare che era un bambino.

Pochi giorni fa una troupe della Nbc lo ha incontrato lungo una costa turca. Direzione, Europa: «Eravamo in prigione – ha raccontato – Mangiavamo i gatti per cena. Immaginate quanto non si può immaginare. Alla fine non c’era più cibo». Per questo hanno pagato un contrabbandiere di uomini e sono fuggiti.

Yarmouk ha perso così l’ultima speranza, tra le fiamme di una barbaria senza senso. Come senza senso sono gli 87 casi accertati dall’agenzia Onu Unrwa di febbre tifoide. Come senza senso è la morte per fame di oltre 150 persone negli ultimi due anni.

Il campo vive ancora la sua tragedia, cominciata nel 1957 quando fu creato da rifugiati palestinesi costretti all’esilio dal neonato Stato di Israele. Un dramma che ha toccato il suo apice nel dicembre 2012 quando le decisioni di altri hanno trascinato Yarmouk nella guerra civile siriana: la scelta di Hamas di abbandonare l’alleanza con Assad per appoggiare le opposizioni, l’ingresso dei ribelli nel campo, l’assedio posto dal governo. Da allora gli scontri si sono intensificati, gli aiuti sono rimasti chiusi fuori, con i pochi che entravano confiscati e rivenduti a prezzi esorbitanti dalle opposizioni ai civili. In due anni la popolazione è scomparsa: dei 180mila residenti prima della guerra civile, oggi ne restano a mala pena 16mila.

In aprile su Yarmouk si è abbattuta l’ennesima piaga: lo Stato Islamico. Dopo durissimi scontri con i combattenti palestinesi, privati del sostegno dell’Olp che prima siglava e poi si rimangiava un accordo con Assad per salvare il campo, i jihadisti sono arretrati. Ma sono ancora presenti, accanto ad altri gruppi moderati e islamisti. Fuori, al confine nord, a controllare è l’esercito siriano. Gli scontri sono ancora in corso: nel fine settimana bombardamenti del governo hanno colpito la zona sud del campo, dove si trovano asserragliati i gruppi islamisti.

Dentro si continua a morire: dopo la fame, ora è la febbre tifoide ad infierire. L’Unrwa ha già contato 87 casi, ma potrebbero essere molti di più: all’agenzia delle Nazioni Unite non è permesso entrare con costanza né raggiungere tutte le zone del campo, non quelle ancora in mano a Isis e al-Nusra.

«La morte è diventata parte della nostra vita – racconta Abdul Salam, residente a Yarmouk, al sito Syria Deeply – Non sorprende che le epidemie si diffondano. Non abbiamo cibo né acqua. Quando la troviamo, è contaminata».

 

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