Da giorni vanno avanti gli scontri nel più grande campo profughi palestinese nel Paese dei Cedri. Centinaia di famiglie in fuga, molte giunte da Yarmouk in cerca di scampo dalla guerra civile siriana. Si rischia un nuovo Nahr al Bared

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 – Il Manifesto

Roma, 26 agosto 2015, Nena News«Ho fatto male a venire qui ad Ein al Hilwe con la mia famiglia. A Damasco avrei trovato un rifugio più sicuro, qui si combatte come in Siria». Abu Khaled, intervistato da giornalisti libanesi, raccontava ieri il dramma di centinaia di profughi palestinesi, molti dei quali scappati dalla guerra civile siriana, che da alcuni giorni vivono ammassati in una moschea di Sidone per sfuggire alle raffiche di mitra e ai lanci di razzi e granate. Anche Jamila Shami, giunta da Yarmouk, si rammariva dell'”errore” commesso. «Non dovevano lasciare la Siria, siamo passati da una guerra all’altra». Nella moschea ci sono anche tante famiglie che da sempre vivono nel campo palestinese, costrette a subire a queste improvvise escalation di violenza. Da sabato scorso è di nuovo guerra nelle strade strette e sporche di Ein al Hilwe, il più grande dei 12 campi profughi palestinesi in Libano dove in condizioni disumane vivono 450 mila rifugiati della Nabka del 1948. I jihadisti di Jund al Sham (un gruppo vicino ad al Qaeda), formato solo in parte da palestinesi, ha rilanciato la sua campagna di attacchi contro il movimento Fatah, che controlla il campo e che vuole l’espulsione dei jihadisti.

A luglio uomini armati hanno sparato da un’automobile in corsa uccidendo Talal al Ourdouni, un colonnello dell’ala militare di Fatah. Sabato scorso invece hanno cercato di assassinare Ashraf al Armoushi, il capo dell’intelligence di Fatah. È stata la scintilla della nuova guerra, con molte centinaia di civili costretti a scappare sotto il fuoco incrociato e a trovare riparo nelle strade della vicina Sidone. Il bilancio dei combattimenti è di 3 morti (tutti di Fatah) e di una trentina di feriti. Le esplosioni hanno distrutto diverse abitazioni, molte altre sono state danneggiate gravemente. Ieri è stato proclamato un cessate il fuoco ma in serata appariva precario. Non è chiaro se rappresentanti di Jund al Sham abbiano preso parte ai colloqui convocati da tutte le organizzazioni palestinesi, inclusa la sinistra rappresentata dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, per mettere fine ai combattimenti.

La presenza di Jund al Sham ad Ein al Hilwe – ufficialmente ci vivono 70 mila palestinesi ma in realtà sono il doppio, considerando i rifugiati giunti dalla Siria negli ultimi tre anni – è nota da tempo e gli scontri violenti con Fatah sono stati frequenti. Negli ultimi due anni però i jihadisti si sono fatti più arroganti, sull’onda dei successi che i loro “cugini” dell’Isis e di Nusra hanno ottenuto in Iraq e Siria. Secondo alcune fonti inoltre possono contare su nuove fonti di finanziamento. Per questo hanno rialzato la testa e mettono in discussione la leadership di Fatah. Contestano inoltre la cooperazione esistente da alcuni anni tra le formazioni politiche palestinesi e le forze di sicurezza libanesi per tenere lontano dai campi profughi salafiti radicali, jihadisti e la criminalità organizzata.

Peraltro nella vicina Sidone, storica roccaforte sunnita, non sono caduti nel vuoto gli appelli alla “guerra santa” contro gli sciiti appoggiati dall’Iran (Hezbollah) e gli alawiti al potere a Damasco attraverso la presidenza Assad. Non pochi giovani sunniti sono partiti per la Siria a combattere contro gli “infedeli”, spinti anche dagli appelli del predicatore salafita Ahmed al Assir, che due anni fa innescò combattimenti nelle strade di Sidone costati la vita a numerosi soldati libanesi. Qualche giorno fa è stato finalmente arrestato all’aeroporto di Beirut dopo una lunga latitanza.

Le infiltrazioni jihadiste espongono Ein al Hilwe allo stesso destino subito nel 2007 da un altro campo profughi palestinese, Nahr al Bared (Tripoli). Divenuto la base di Fatah al Islam, una formazione qaedista, Nahr al Bared fu distrutto in buona parte dall’artiglieria dell’esercito libanese e la popolazione per anni ha vissuto in container di lamiera e in un altro campo profughi, Beddawi. L’esercito libanese ha già rafforzato le sue posizioni in corrispondenza dei quattro ingressi principali di Ein al Hilweh mentre i libanesi, molti dei quali guardano (a dir poco) con diffidenza ai rifugiati palestinesi, sono tornati a chiedere misure drastiche per riportare l’ordine nel campo profughi.

 

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