09 mar 2015

Aumentati nelle ultime settimane gli attacchi da parte della marina militare israeliana contro i pescatori palestinesi della Striscia di Gaza all’interno di quel piccolo spazio marittimo consentito il cui limite non è stato mai davvero rispettato dalle forze di Tel Aviv

foto e testo di Rosa Schiano

Roma, 9 marzo 2015, Nena News - Nulla sembra alleviare le sofferenze della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, stremata a causa dell’ isolamento, della mancanza di economia e dei salari, dell’assenza di ogni prospettiva per il futuro, da 9 mesi in attesa di una ricostruzione mai realmente iniziata mentre si trova nuovamente minacciata da un’ennesima offensiva militare.

Come se non bastasse, le ultime settimane hanno visto un incremento delle aggressioni dea parte delle forze navali israeliane all’interno delle sei miglia nautiche consentite ai pescatori palestinesi. L’episodio più grave è avvenuto sabato, quando navi militari di Tel Aviv hanno aperto il fuoco su barche di pescatori ferendone gravemente uno. Il pescatore, Tawfiq Said Abu Riala, di soli 25 anni, colpito da un proiettile all’addome, era stato trasferito all’ospedale Shifa di Gaza city ma è deceduto poco dopo. Poche ore prima altri due pescatori erano stati arrestati e la loro barca confiscata e condotte al porto israeliano di Ashdod. La barca su cui Abu Riala stava lavorando, trasportata al porto di Gaza city, reca i segni dell’attacco: la parte anteriore è completamente crivellata dai proiettili.

Giovedì mattina altri due pescatori erano rimasti feriti in una incursione della marina militare israeliana e altri quattro pescatori erano stati arrestati. Inoltre, nella stessa giornata di sabato, alcuni pescatori hanno riferito che militari israeliani avrebbero comunicato loro attraverso un megafono che l’area consentita per la pesca sarebbe stata ridotta da sei a quattro miglia nautiche dalla costa. Non vi sono al momento ulteriori informazioni rispetto a questa decisione unilaterale delle autorità israeliane se non quanto comunicato dai pescatori.

Tuttavia essa non sorprende. Da un lato, perché non sarebbe la prima volta che le autorità di Tel Aviv impongono restrizioni sull’area marittima palestinese; dall’altro, perché fondamentalmente quel limite delle sei miglia nautiche non è stato da loro mai rispettato. Ma i pescatori avvertono questa decisione come un ulteriore colpo inferto alla loro resistenza quotidiana e al diritto al lavoro.

La maggior parte dei pescatori di Gaza vive in condizioni di povertà e la barca è l’unico mezzo di sostentamento per le loro famiglie. A volte, durante le aggressioni militari, i pescatori abbracciano letteralmente con il proprio corpo il motore della propria barca per proteggerlo dai proiettili. Il motore, infatti, ha un costo eccessivo per le loro tasce e spesso si indebitano per acquistarlo. Spesso i militari israeliani sparano ai motori delle barche per arrecare maggior danno ai pescatori. Qualche volta i soldati confiscano addirittura le reti da pesca in mare. Le aggressioni aumentano inoltre con l’avvicinarsi della stagione delle sardine. A causa di queste difficoltà il numero dei pescatori è diminuito progressivamente nel corso degli anni. Ciò che essi guadagnano non è sufficiente a soddisfare le necessità economiche delle proprie famiglie e a garantire l’istruzione ai propri figli.

Gli accordi per la tregua raggiunti a seguito dell’ultima offensiva israeliana “Margine Protettivo” sulla Striscia di Gaza prevedevano un’estensione dell’area per la pesca fino a 6 miglia dalla costa, come era già stato stabilito dagli accordi per la tregua della precedente offensiva “Pilastro di Difesa” (novembre 2012), mai davvero rispettati dalle forze israeliane, che avevano poi uniletarmente e nuovamente ridotto tale limite a 3 miglia nel marzo 2013. Inoltre, a sud, al confine egiziano, e nelle acque a nord, al confine israeliano, il limite diventa rispettivamente di 1 e 1,5 miglia dalla costa.

Ai palestinesi viene così impedito di accedere all’85% delle acque a cui avrebbero diritto secondo gli accordi di Gerico del 1994 (sotto gli accordi di Oslo), che concedevano ai pescatori palestinesi di raggiungere le 20 miglia nautiche dalla costa. Oltre a tutto ciò, non si può non tener presente l’importante presenza di un grosso giacimento di gas naturale nelle acque territoriali palestinesi (a 30 km dalla costa, circa 19 miglia), Gaza Marine, tuttora bloccato, nel tentativo di impedire ai palestinesi di gestire le proprie risorse naturali (si legga a proposito l’articolo di Manlio Dinucci su Il Manifesto). Un motivo in più per Tel Aviv per tenere salde le restrizioni sul mare di Gaza. Nena News

 

http://nena-news.it/gaza-il-mare-impossibile/